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intercultura a vancouver: intervista a Ilaria
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Intercultura a Vancouver: intervista a Ilaria

L‘anno all’estero durante il liceo è un’esperienza sognata da parecchi adolescenti. Quando avevo 17 anni non se ne parlava molto. Ora è diventata più comune e sempre più ragazzi sono incuriositi da questa modalità di viaggio. I dubbi però sono tanti: partire per un anno intero può essere difficile, e capita di sentirsi bloccati dalla paura. Per questo ho pensato di fare qualche domanda a Ilaria, 19 anni, che ha passato il quarto anno di liceo alla Carson Graham Secondary School, a Vancouver.

Come funziona l’anno all’estero? C’è differenza tra le varie agenzie che lo organizzano? Tu cos’hai fatto?

Intercultura è il programma adatto a chi cerca un’esperienza più imprevedibile ed è aperto a tutti i Paesi del mondo: puoi selezionare tre Paesi che ti interesserebbe visitare, ma vieni assegnato a uno Stato e a una città in base alla disponibilità di posti. In più ti permette di ricevere borse di studio e il prezzo che paghi dipende dal reddito della famiglia.  Devi sceglierne un paese in particolare e (a parte per gli USA) anche una città e una scuola. Io ho scelto Vancouver perché è praticamente dall’altra parte del mondo, sull’Oceano Pacifico, che non avevo mai visto. Mi hanno consigliato alcune delle scuole migliori di North Vancouver e ho scelto quella che mi ispirava di più. Poi è necessario compilare un questionario in cui descrivi la tua personalità e le tue abitudini e in base a quello ti viene assegnata una famiglia compatibile. A me è andata molto bene: sono stata trattata come un vero e proprio membro della famiglia.

Molti ragazzi hanno paura di non riuscire a inserirsi nel Paese ospitante. È facile fare amicizia?

Durante un viaggio simile è molto semplice, che tu sia una persona estroversa o un po’ più timida (come me). Innanzitutto aiuta essere davvero motivati a voler imparare la lingua, perché cercherete molte occasioni per fare pratica e quindi parlare con le persone. In più gli studenti stranieri di solito imparano a conoscersi e fanno amicizia tra loro. È facile perché condividi esperienze e dubbi, quindi riesci a legare molto. Per fare amicizia coi canadesi mi sono dovuta sforzare un po’ di più: lì a Vancouver erano abituati agli studenti stranieri, perciò la nostra presenza non li incuriosiva e restavano nel loro gruppo di amici. In quel caso bisogna prendere l’iniziativa e parlare con loro, magari anche solo invitandoli a prendere un caffè.

intercultura a vancouver: intervista a Ilaria

Alcuni scelgono di diplomarsi nel paese straniero (che spesso ha la scuola superiore di quattro anni anziché cinque) per risparmiare un anno e passare subito all’università. Tu cosa ne pensi?

Devo ammettere di averci pensato, ma in realtà anche il quinto anno coi tuoi compagni di sempre è un’esperienza da vivere. La condivisione coi tuoi vecchi amici dell’ansia per la maturità, le feste, le cene insieme… Fa tutto parte del rientro in Italia. E poi non condivido l’ansia di molti che pensano a diplomarsi e laurearsi il prima possibile per godersi la vita solo una volta “sistemata”: ormai la realtà è più complessa di così.

È difficile stare via di casa per così tanto?

Credo che la risposta cambi molto da persona a persona. Quando sono stata in Canada molti dei miei compagni di viaggio hanno sofferto parecchio l’arrivo in terra straniera, ed erano contentissimi di andarsene dopo quattro o cinque mesi. Altri, invece, erano davvero entusiasti dell’esperienza. Appena arrivati non sentivano troppo la mancanza di casa perché impegnati a esplorare un “mondo nuovo“, ma al momento della partenza erano più malinconici perché dovevano lasciare un posto a cui si erano affezionati. Penso dipenda anche dalla propria inclinazione personale, da quanto si è affezionati alla propria città, dalla voglia di viaggiare e di mettersi in gioco. Personalmente ho sentito la mancanza della mia famiglia, degli amici e anche dell’Italia in sé, ma ho pensato valesse comunque la pena di continuare l’esperienza.

Cosa hai imparato nei dodici mesi passati a Vancouver?

Innanzitutto ho fatto pratica con l’inglese, migliorando la grammatica e la pronuncia. Inoltre sono stata costretta a imparare a cavarmela da sola in una città molto più grande di quella in cui sono nata. Ho imparato a orientarmi, a non contare sui passaggi dei familiari (i quartieri residenziali sono molto lontani dal centro), a svolgere piccoli lavoretti per guadagnare un po’.

Una cosa che sento spesso dire parlando di viaggi simili è: “uno scambio non è un anno di vita, ma una vita in un anno“. Ed è proprio così: sperimenti alti e bassi come a casa, periodi più produttivi e altri meno, ma le esperienze che vivi e le persone che conosci sono tantissime. Anche la delusione di alcune aspettative può essere un’occasione per aprire la mente ancora di più. Non penso però che queste esperienze, come dicono alcuni, ti portino a “trovare te stesso”: come sempre hai la possibilità di scoprire nuovi lati del tuo carattere e di riflettere su di te, ma non per forza trovi la risposta a tutti i grandi dilemmi della vita. Alcuni miei compagni di viaggio si sono semplicemente goduti la vacanza tornando a casa esattamente come prima, altri sono cambiati molto, ma dipende dalla persona.

Se vuoi leggere altre esperienze di viaggi all’estero ecco qui l’Erasmus di Valentina, a Rovaniemi, in Lapponia!

Erasmus a Rovaniemi: intervista a Valentina

Un commento

  • Claudia

    A me sarebbe piaciuto moltissimo…purtroppo sono rimasta a casa mia e credo di aver perso opportunità grandiose. Brava Ilaria, quando mio figlio sarà grande spero che segua itinerari del genere 🙂

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