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Treno della memoria: intervista a chi c’è stato

Oggi è il 27 gennaio, il giorno della memoria. Ho deciso che la cosa più utile che avrei potuto fare sarebbe stata quella di far conoscere un progetto meraviglioso: il Treno della Memoria.

Ne avrete sicuramente già sentito parlare, vi propongo quindi un’intervista fatta alla mia amica, nonché ex coinquilina, Giulia che vi racconterà qualcosa sulla sua esperienza.

Come sei venuta a conoscenza del progetto Treno della Memoria?

Grazie alla mia professoressa di storia. Quell’ anno la nostra scuola aveva aderito al progetto e nella mia classe avevano scelto me e altre tre ragazze usando come criterio la media scolastica.

So che il viaggio è molto lungo, personalmente come lo hai vissuto? La durata ti aiuta a distaccarti dalla realtà che ti circonda?

Il viaggio è stato abbastanza lungo, ma personalmente non mi è pesato molto. In quasi 24 ore abbiamo avuto la possibilità di conoscere i ragazzi delle altre scuole coi quali abbiamo iniziato a riflettere sull’olocausto e ad approfondirne alcuni aspetti attraverso dei lavori di gruppo, la visione di alcuni film e grazie a momenti di riflessione personale, che in qualche modo hanno iniziato a prepararci a ciò che avremmo vissuto nei giorni successivi.

Come è stato il tuo primo impatto una volta entrata ad Auschwitz?

La cosa che inizialmente mi ha colpita di più è stata la tranquillità di Auschwitz I. Appena varcato il cancello d’ingresso con la celebre scritta “Arbeit macht frei” ci siamo trovati a camminare per le strade del campo immersi nel silenzio; sembrava tutto così tranquillo che risultava quasi difficile immaginare che quegli stessi posti fossero stati creati apposta o trasformati in luoghi destinati allo sterminio di milioni di persone.

Qual è il ricordo più forte che hai dell’esperienza?

Durante la visita all’ esposizione permanente allestita nei blocchi di Auschwitz I mi ha colpita molto vedere le montagne di oggetti personali appartenuti ai prigionieri. La tristezza provata di fronte alle enormi quantità di capelli, denti, occhiali, valigie, stampelle e altri oggetti è stata immensa. Per me si è trattato di uno dei momenti più forti. Innanzitutto perché quelle immense quantità di oggetti mi hanno dato una piccola idea del numero di persone deportate nel campo, ma soprattutto perché quelle scarpe, quegli spazzolini, quei vestiti e tutto il resto avevano un proprietario, appartenevano a qualcuno a cui sono stati strappati via, allo stesso modo in cui gli è stata sottratta la vita.

Pensi che l’esperienza del viaggio della memoria possa essere utile a chiunque? Se sì, come mai?

È un’esperienza sicuramente utile a tutti, ciò che è successo è parte della nostra storia e deve essere conosciuto, ma soprattutto compreso. È purtroppo mi sono resa conto che sono molte le persone che non comprendono. Ho avuto l’occasione di tornare ad Auschwitz una seconda volta e una delle cose che mi sono rimaste impresse e che mi hanno lasciata senza parole è stata vedere sia ragazzi che adulti sorridenti mentre si facevano dei selfie in alcuni luoghi significativi del campo, ad esempio sotto il cancello con la scritta “arbeit macht frei”.

Pensi che visitare e toccare con mano questi luoghi possa essere utile a sensibilizzare i ragazzi?

Assolutamente sì. Possono capire meglio ciò che conoscono soltanto grazie ai libri di storia, ma, soprattutto, è giusto che conoscano la storia e che tramite i suoi insegnamenti comprendano quanto può essere crudele l’essere umano, quanto male è stato fatto, affinché non si ripetano mai più orrori simili.

Quali sono le riflessioni che nascono da quest’esperienza?

Vedere di persona queste strutture create appositamente per sterminare migliaia di persone mi ha fatto capire ancora di più quanto l’essere umano possa essere crudele. È difficile credere che una persona possa commettere crimini così atroci, eppure di fronte alle rovine delle camere a gas, alle baracche di Birkenau e agli oggetti dei deportati tutto diventa reale! Era tutto lì, di fronte a me, e tutto ciò che provavo era un profondo dolore per tutte le vite che sono state strappate via senza scrupoli. Grazie a questa esperienza ho avuto modo di capire che c’è un gran bisogno di far conoscere, ma soprattutto comprendere, fino in fondo a tutti quanto l’uomo possa provocare dolore ad altri suoi simili nella speranza che nessuno arrivi più a commettere simili atrocità.

Come ci si sente al ritorno dal viaggio?

Sicuramente si comprendono meglio quei fatti che per anni avevamo conosciuto soltanto grazie ai libri di storia, alle testimonianze dei sopravvissuti, ai documentari o ai film, e questo ci aiuta ad avere una maggiore consapevolezza di ciò che è successo, delle cause che hanno portato alla Shoah e di quanto tutto questo male non debba ripetersi mai più.

Trovi che sia un’esperienza forte e d’impatto?

È stata sicuramente un’esperienza forte! Abbiamo avuto modo di vedere coi nostri occhi un luogo in cui sono state uccise più di un milione di persone. Mi è rimasta particolarmente impressa una frase detta dalla nostra guida: noi probabilmente abbiamo passato più tempo nel campo di quei deportati che appena arrivati sono stati portati nelle camere a gas a morire.

Qual è il ricordo più bello che hai dell’esperienza?

Poco dopo aver cominciato la visita ad Auschwitz I siamo entrati in uno dei blocchi dove avevano esposto le foto di vari deportati (alcuni tra coloro che erano stati registrati all’arrivo). Ci hanno chiesto di sceglierne uno, chi tra di loro ci aveva colpito di più, e di scrivere il suo nome su un pezzo di stoffa ricevuto poco prima. Alla fine della visita ad Auschwitz Birkenau ci siamo riuniti con i ragazzi di tutta Italia, anche loro lì col progetto del Treno della memoria, e chi voleva poteva leggere davanti a tutti il nome del deportato scelto in precedenza, dicendo il suo nome seguito da “io ti ricordo”. Dopodiché ognuno ha posato il proprio pezzo di stoffa sul binario del treno con sopra un lumino acceso. Penso che questo sia stato il momento più bello e toccante di tutto il viaggio. Quelle persone quando sono arrivate ad Auschwitz sono state private di qualsiasi cosa, anche del loro nome, e pronunciare proprio i loro nomi davanti a tutti ci ha fatto capire che noi non li vogliamo dimenticare, anzi, li vogliamo ricordare!

La ripeteresti o l’hai già ripetuta?

Sono tornata una seconda volta ad Auschwitz durante un viaggio in Polonia, ma mi piacerebbe rivivere l’esperienza col treno della memoria.

Hai una foto significativa o che vorresti mostrarci?

 

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