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The Defining Decade: il capitale d’identità

Il primo post della rubrica dedicata ai libri lo voglio dedicare a The defining Decade, why your twenties matter and how to make the most of them now”, di Meg Jay.

Innanzitutto, perché questo libro? Ho scoperto questo saggio quasi per caso, guardando un paio di Ted Talk su youtube (di alcune di queste ho parlato nell’articolo sulle migliori tre 3 talk). Sono capitata sullo speech tenuto da Meg Jay, nel quale riassumeva i punti fondamentali del suo libro rivolto ai ventenni, specialmente quelli “in crisi d’identità”.

Uno dei temi cardine del saggio è ciò che l’autrice definisce“Identity capital” (capitale d’identità) ed è uno dei concetti che più mi ha affascinato e che trovo fondamentale.

Capitale d’identità

Che cos’è quindi il capitale d’identità e perché è così importante? Meg Jay ne parla attraverso l’esempio di Helen, una ragazza di 27 anni che non aveva concluso gli studi e non aveva esperienze lavorative, se non quella di baby-sitter.

“Identity capital is our collection of personal assets”

Si tratta quindi di un repertorio di risorse individuali delle quali siamo forniti. È un insieme di investimenti che facciamo su noi stessi e che durano abbastanza da cambiarci, definirci ed essere una parte di noi. Possono essere scuole, università, corsi, esperienze lavorative, volontariato, libri e viaggi. Il capitale è formato da tutti quei pezzi di vita che ci hanno segnato abbastanza da essersi legati a noi; ci hanno resi quello che siamo ora. In sintesi, il capitale d’identità è ciò che ci distingue dagli altri e ci rende noi stessi.

Come dice Meg Jay, alcune parti del nostro capitale d’identità andranno a finire nel curriculum, altre semplicemente faranno parte nel nostro bagaglio di vita che ci portiamo sulle spalle costantemente.

Il concetto non è facile da descrivere, ma potrebbe essere riassunto con “fai qualcosa”. Non sai chi sei e non sai cosa vuoi fare? Inizia con il fare. Inizia con un lavoro, il peggio che può succedere è che non ti piace e non ti appaga. Bene, almeno avrai capito che quel lavoro non fa per te, è un passo avanti rispetto a prima. Ho parlato a lungo di questo concetto nell’articolo “Non so cosa fare: storia di una crisi d’identità“, in cui, tra l’altro, ho raccontato il mio anno post-laurea.

Che sia un corso o un’attività di volontariato, inizia qualcosa; cambia molti lavori, vivi diverse esperienze. Fai sì che qualcosa ti faccia crescere e lascia che quel qualcosa ti cambi.

Attenzione, Meg Jay non parla e di esperienze “straordinarie”, non devi necessariamente iscriverti ad un anno all’ estero come volontario per costruire scuole nel terzo mondo. È okay prendersi del tempo per capire chi si è e cosa si vuole fare, ma questo tempo deve essere utilizzato bene.

La sindrome di Starbucks

Arriviamo ad un punto piuttosto controverso del capitolo sul capitale d’identità: la sindrome di Starbucks.

La sindrome di Starbucks prende il nome da una sua paziente, una ragazza che ha speso la gran parte dei suoi vent’anni lavorando da Starbucks, un lavoro comodo per mantenersi, che non prendeva molto tempo. La ragazza, però, si è improvvisamente trovata bloccata all’interno di quel lavoro e riguardandosi indietro si è resa conto che quella era la sua unica esperienza. Tutto ciò che la definiva e che faceva parte del suo bagaglio di vita era il suo lavoro da Starbucks, non aveva fatto nient’altro. Non aveva altre esperienze da inserire nel curriculum vitae, non aveva altro di cui parlare con gli amici.

I vent’anni sono un momento in cui bisogna capire chi siamo e dove andiamo; non cambiare mai il proprio lavoro potrebbe essere un problema a lungo andare. Potremmo ritrovarci, come nel caso della paziente, bloccati dentro una sola opzione, l’unica che conosciamo e che abbiamo sempre fatto; per poi rendercene conto agli inizi dei trent’anni. E’ così che il “lavoretto temporaneo” riesce a insediarsi e radicarsi così tanto all’interno della nostra vita da diventare “il lavoretto che dura 10 anni”. Il senso di stabilità e la paura di lasciare un porto sicuro prendono il sopravvento, impedendoci di progredire. I vent’anni, però, non sono il momento adatto per prendere decisioni conservatrici e sicure, questo è il tempo di rischiare maggiormente.

cosa fare a 20 anni

Ricapitolando

Il capitale d’identità è una serie di risorse personali che ognuno di noi possiede e serve a definirci, a distinguerci; si ottiene attraverso esperienze formative di vario genere e può far parte del nostro curriculum così come può semplicemente far parte di noi.

E’ fondamentale da costruire nei propri vent’anni e richiede come imperativo categorico il fare.

L’unico modo per capire cosa fare è fare qualcosa.

Purtroppo sono tutti in inglese, questo perché il libro non è stato tradotto in italiano e pochissimi in Italia lo conoscono (motivo in più per parlarne), ma rendetela come un’occasione per allenare il vostro inglese!

Se ti interessano i libri per la crescita personale leggi anche la mia recensione su “gestione dello stato emotivo” di Alfio Bardolla.

Di Angelica

Classe 1995. Laureata in lingue e grande appassionata di COSE WEB, tra un post e l'altro scatto foto, accarezzo gatti, leggo libri e mangio dolci.
Blogger presso www.ilmillennial.com

13 risposte su “The Defining Decade: il capitale d’identità”

Interessante, non ho molta affinità con i libri in stile auto-aiuto ma qui direi che siamo ad altre latitudini. Il concetto mi sembra positivo e in effetti concordo con i consigli dell’autrice, quando si è molto confusi su cosa fare già solo capire cosa NON si vuole fare è decisamente un passo avanti.

Trovo molto interessante la parte della “sindrome di starbuks” più che altro si può notare la differenza di pensiero italiana e “del resto del mondo” ovvero che se in Italia cambi spesso lavoro “c’è qualcosa che non va” invece all’estero se ti “areni” in un singolo lavoro per anni e anni ti considerano demotivato e privo di ambizioni. Comunque il “fare qualcosa” è la cosa più importante perchè andando avanti con la vita “facendo” le opportunità arrivano e si capisce anche cosa piace e cosa no.

Hai fatto una bella osservazione! Una volta ho sentito un mio capo dire a proposito di un ragazzo che gli aveva lasciato il cv che “non aveva fatto una bella figura dato che aveva cambiato così tanti lavori”. Il ragazzo era giovane e magari non sapeva ancora cosa voleva fare nella vita però già solo il fatto di avere un cv lungo ma con esperienze brevi non andava bene.
Beh, credo che passare i propri vent’anni a fare sempre lo stesso mestiere sia piuttosto limitante, una volta che arrivi a 30 anni è molto difficile rientrare nel mercato se hai sviluppato solo le competenze per quel mestiere. Viva la flessibilità, insomma.

Questo post è assolutamente esplosivo e il genere che sto cercando!! Presto volvevo cambiare direzione o nuovi argomenti da trattare sul mio blog, e mi hai assolutamente ispirato! non sapevo di questa cosa e mi ha incuriosito moltissimo, sono cose a cui non pensi ma sono molto semplici in realtà! Assolutamente leggerò o cercherò più notizie in uno dei link che hai consigliato!!

Grazie mille! Tra l’altro tra poco scriverò la seconda parte della recensione, inoltre i libri di crescita personale e motivazionali sono fantastici!

Credo che questo sia un libro illuminante! Non tanto perchè dice cose nuove (la psicologia cognitiva ha già fatto molti studi in merito all’importanza delle esperienze dai 15 ai 25 anni e come ci segnano per sempre) quanto perchè è “divulgativo”; cioè insegna queste cose a più persone e le porta a fermarsi e riflettere sul proprio bagaglio e capitale personale. Credo che uno dei principali motivi e cause di infelicità sia la non consapevolezza di sé. Un testo che ci aiuta ad essere consapevoli è prezioso

Illuminante! Per quanto non sia mai stata “vittima” di questa sindrome, ricordo un episodio in particolare.. stavo aiutando il mio titolare a scegliere una possibile candidata che mi sostituisse, dato che stavo per spiccare il volo, e gli proposi una ragazza a mio avviso favolosa, eppure non le fu dato neppure una sola possibilità, proprio perché aveva fatto per tutta la sua vita lavorativa bolle.. (sinceramente non so neppure se si usano più), la lava piatti e la babysitter.. e quindi povera stella è rimasta relegata in fondo al magazzino, in bocchetta..
Per cui ben venga chi invece va al di là degli stereotipi e prende coscienza che la personalità è un valore aggiunto!

Mi piace molto questo tuo post, l’ho trovato estremamente interessante! sarà perchè mi ritrovo molto in queste tue parole, ora come ora. Io sono una di quelle che ha fatto tantissime esperienze, dai 20 anni ad oggi che ne ho 27.. Esperienze però tutte diverse e brevi, e ora mi trovo nella fase di ricerca lavoro, e non so ancora bene in realtà, cosa voglio. Ma mi è abbastanza chiaro cosa non voglio.
Credo che sia molto importante rimanere sempre curiosi e aperti alle nuove possibilità, senza mai arenarsi, senza mai dare per scontato le cose intorno a noi!

Sono in molti a trovarsi in una situazione simile alla tua! Credo però che i 20 anni siano fatti apposta per ricercare la propria strada, cambiare lavori, viaggiare, creare progetti.
Condivido la tua osservazione, mai arenarsi!

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