compararsi agli altri

Paragonarsi agli altri è davvero un male?

Questo mese lo sto dedicando alla crescita personale, al mio bullet journal e alla lettura. Insomma, un mese molto zen incentrato sulla riflessione.
Questo post nasce in realtà molti anni fa, durante una conversazione avuta con delle amiche. Di recente, però, mi sono imbattuta in un’immagine che mi ha riportato a quella discussione e che mi ha ispirato questo post.

Ecco l’immagine incriminata.


Cercando su Google “compararsi agli altri” i risultati di ricerca sono molto chiari:
– Come non compararsi agli altri
– 25 modi per non compararsi agli altri (WikiHow docet)
– Perché compararsi agli altri è la cosa peggiore del mondo
– Chi si compara agli altri è figlio di Satana
La domanda sorge spontanea.

Paragonarsi agli altri è davvero così sbagliato?

Onestamente, credo che compararsi agli altri non sia necessariamente un male. Mi spiego meglio, onde evitare malintesi; compararsi agli altri può avere due effetti principali nella nostra mente:

1. Farci provare emozioni negative, farci sentire dei falliti.
2. Motivarci a fare meglio per raggiungere gli stessi obiettivi che hanno raggiunto altre persone, ispirarci.

La situazione che ci si presenta davanti è spesso la prima. A me succede quando vedo ragazzi di 24 o 25 anni aprire aziende, scrivere libri, creare progetti meravigliosi (maledetti 24enni super fantastici, ma come fate?). Cosa succederebbe se fossimo in grado di cambiare i nostri sentimenti e, invece di provare invidia ed emozioni negative, provassimo stima e rispetto? Cosa succederebbe se prendessimo quelle persone come modello?
Quello che sto cercando di dire è che compararsi agli altri non deve per forza farci sentire male, se noi non glielo permettiamo. Se provassimo a sederci un attimo, respirare e vedere il tutto da una prospettiva più ampia, capiremmo che si saranno sempre persone più brave di noi, più intelligenti di noi, che hanno ottenuto qualcosa che vorremmo ottenere anche noi, che hanno la vita che vorremmo noi. Pensate cosa significherebbe compararsi a tutte queste persone.
La muerte.
Se, invece, imparassimo a far tacere quella vocina che ci dice che abbiamo fallito, riusciremmo a raccogliere tutti i lati positivi del compararsi.

La non comparazione come scusa

Ritorniamo un attimo al nostro “orologio”. Ciò che più mi ha infastidito è stato il fatto di veder comparate situazioni opposte: il ragazzo che si laurea a 27 anni, ma che lavora da anni e il ragazzo che si laurea a 22 anni e che non trova lavoro fino ai 27; la coppia che sta insieme da anni, ma entrambi amano altri e invece quelli che si amano ma non stanno insieme per motivi a noi ignoti.

Ora, la realtà non è esattamente così, spesso ci si laurea a 22 anni e a 23 si lavora, spesso ci si laurea a 27 anni e non si ha un lavoro, spesso le coppie che stanno insieme non amano altri.
Il post cerca di vedere il lato negativo di ogni successo (il laureato che però non lavora) e il lato positivo di ogni insuccesso (quello che non si laurea ma che almeno lavora). Siamo sicuri che questo sia l’approccio più adatto? Insomma, mi sembra un post creato con l’intento di creare dicotomie e mettere in cattiva luce chi ottiene dei risultati, svalutandoli e banalizzandoli e allo stesso tempo far sentire bene per qualche secondo chi non ha ottenuto gli stessi risultati.

Certo, sono d’accordissimo sul fatto che ognuno abbia i suoi tempi, solo, non vorrei che questa diventasse una scusa per giustificarsi e deresponsabilizzarsi. Forse sarebbe meglio capire quali sono i nostri insuccessi, a cosa sono dovuti, se vogliamo realmente arrivare a quegli obiettivi o se ci sentiamo in dovere di farlo. Il rischio è quello di non scavare a fondo e utilizzare il “ho i miei tempi” come scusa per girare attorno a un problema.
In sintesi, l’ ”orologio” ha ragione, ognuno di noi ci mette il suo tempo (e, specifico, ognuno di noi vuole cose diverse, che richiedono tempi diversi), ma utilizziamolo con parsimonia e non nascondiamoci dietro a questa scusa pur di non dirci la verità.

4 thoughts on “Paragonarsi agli altri è davvero un male?”

  1. Ciao Angelica! Post molto interessante sai…Questo tipo di ragionamento lo faccio anche io da un pò ma ecco, forse, vedo la parte negativa mescolata alla frase “ognuno ha i suoi tempi”.
    Da diverso tempo ho iniziato a non fare paragoni, né su di me verso gli altri, né tanto meno tra gli altri. Penso che quello che ho raggiunto fin qui, l’ho raggiunto con le mie forze. So che posso e voglio fare molto di più ma ahimè sto ancora trovando uno sbocco per spiccare il volo in questo senso. Non voglio essere superiore ad altri né sminuirli ma non sempre carpire da loro la parte migliore ha avuto riscontri positivi. Come hai ben detto, molti in una certa età “spaccano il mondo” diventando multitasking, mentre altri (come me ad esempio) rimango al palo. Chi ci dice però che questo rimanere al palo non sia segno di voler fare le stesse cose con più calma? Ecco forse questo “ognuno ha i suoi tempi” è voler fare le cose con calma ed ottenere lo stesso quello che si vuole. Certo non bisogna dormirci su. Anzi forse questi tempi andrebbero scanditi ed utilizzati a dovere.

  2. Bellissimo commento, Roberto! Credo che il punto sia proprio lì: avere i propri tempi è naturale e giusto, l’importante, come dici tu è “non dormirci su”. L’importante secondo me è sempre riflettere e guardarsi dentro. Magari si scopre che il motivo per cui non ci si riesce a muovere e ci si sente bloccati è proprio perché quello non è il nostro vero percorso, non è quello che vorremmo fare noi.

  3. Davvero una bella riflessione, Angelica! La tua analisi ha messo in luce un lato inedito di quelle frasi, che spesso si vedono in giro. Vorrei parlarne per ore perché l’argomento mi interessa, ma sarò breve xD Oggi la società è secondo me molto pressante, stressante e pesante nel dare giudizi, soprattutto sui giovani e la loro non voglia di fare. Questa continua accusa e oppressione ha generato il bisogno di risposte che rassicurino, filosofie orientaleggianti che invitano, a volte per eccesso, a credere in sé, ad autogiustificarsi, a “perdonarci” per quella sensazione di perenne ritardo che ci opprime. Ma giustamente, come hai detto tu, il rischio è di cadere nel tranello opposto: non riconoscere le nostre responsabilità e, di conseguenza, rimanere impossibilitati ad agire con intenzione e determinazione. Il discorso sarebbe lungo…😁 In ogni caso, sono d’accordo su un punto centrale: viziare e viziarci, rimanendo chiusi nei nostri auto elogi o auto giustificazioni, non è un aiuto ma un limite!

  4. “filosofie orientaleggianti che invitano, a volte per eccesso, a credere in sé, ad autogiustificarsi, a “perdonarci” per quella sensazione di perenne ritardo che ci opprime” –> hai perfettamente centrato il punto. L’idea è proprio quella. Vero che la società di oggi ci spinge a fare tutto velocemente, mettendo pressioni sui giovani e spingendoli a intraprendere percorsi che non fanno per loro perché sono i percorsi “standard”.
    Dall’altra parte è necessario stare molto attenti all’eccesso di giustificazioni nei propri confronti. Il rischio è quello di finire in un grande loop in cui non solo non riusciamo a raggiungere le aspettative che ci impongono, ma non siamo nemmeno realmente in grado di liberarcene, finendo per rimanere bloccati, sentendoci in colpa e raccontandoci la storiella del “vabeh, ma tu fai pure tutto con calma, ognuno ha i suoi tempi”.

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